“Puoi sterminare un’intera generazione…bruciare le loro case…e troveranno una via di ritorno. Ma se distruggi la loro cultura è come se non fossero mai esistiti. È questo che vuole Hitler ed è esattamente questo che noi combattiamo”
I Monuments Men: chi erano e qual era la loro missione
Sono passati alla Storia con il nome di Monuments Men. Trecentocinquanta valorosi (uomini e donne, appartenenti a ben tredici Paesi diversi) che, tra il 1943 e il 1951, prestarono servizio presso la MFAA (Monuments, Fine Arts and Archives); un gruppo di persone colte ed appassionate in servizio presso gli eserciti alleati durante il secondo conflitto mondiale ed inviate in Europa, divenuta campo di battaglia, con una precisa missione: recuperare i capolavori dell’arte.
Nella primavera del 1944 i membri della nuova unità si riunirono in Gran Bretagna, a Shrivenham, per l’addestramento in vista dell’operazione di salvataggio. Dopo essere sbarcati in Normandia insieme con le altre truppe a inizio giugno, i Monuments Men raggiunsero chiese, castelli, conventi, apponendovi il famoso cartello, rivolto ai colleghi impegnati nelle operazioni militari: “Off Limits. A tutto il personale militare: Edificio storico!”.
Il saccheggio nazista e Bellagio: opere d’arte a rischio sul Lago di Como
Il “saccheggio” affermato nel 1942 dal Maresciallo del Reich Hermann Göring, il principale razziatore nazista dopo Adolf Hitler, non risparmiò nemmeno “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno” e anche Bellagio ebbe i suoi “Monuments Men”.
Se sul Lario non bazzicò un Frank Stokes, lo storico dell’arte che ebbe l’incarico da Roosevelt di guidare un gruppo di esperti nel recupero di capolavori rubati, dopo l’8 settembre un ruolo simile lo ebbe a Bellagio il sovrintendente Guglielmo Pacchioni in un periodo storico in cui l’Italia era divisa in due e il territorio della Repubblica di Salò era sotto i bombardamenti.
Con l’aiuto dei suoi collaboratori nascose agli occhi dei tedeschi numerose opere d’arte sia nei sotterranei di Villa Giulia che nei cunicoli della Basilica di San Giacomo.
Bellagio durante la Seconda Guerra Mondiale: diplomatici, nazisti e vita quotidiana
È un gruppo di amici appassionati di storia a ricostruire le vicende che ruotano attorno a Villa Giulia. Alla base di tutto c’è una sintetica e curiosa ricerca che getta luce su uno dei bienni più dolorosi del secolo scorso. Si intrecciano da un lato le vicende della grande Storia con gli aspetti del vivere quotidiano sul Lario, dall’altro gli importanti nomi della scena internazionale (nomi altisonanti dell’esercito, dell’industria e delle diplomazie mondiali) con le sofferenze, le difficoltà e le meschinità dell’arrabattarsi quotidiano nella Tremezzina.
La ricerca si concentra sul biennio 1943-1945, quando la Perla del Lario divenne sede delle ambasciate delle nazioni che riconobbero la Repubblica di Salò. A Bellagio, a Villa Giulia, si installarono le strutture del Comando Tedesco e una base dell’Aviazione Militare; a Limonta, frazione di Oliveto Lario, si stabilì l’Organizzazione Todt dando vita ad una sorta di “impresa di costruzioni” al servizio della Germania nazista.
Bellagio, dunque, fu un “villaggio di diplomatici”. Tra questi un ruolo fondamentale l’ebbe l’ambasciatore giapponese, il barone Sinokuro Hidaka, il cui nome si legò a Mussolini – essendo il tramite tra la politica di Salò e l’imperatore Hirohito – e che fu determinante nella trattativa con gli americani dopo la resa.
Questa sua “immunità” diplomatica lo volle custode di importanti documenti, avuti addirittura dallo stesso Duce, e di altri “importanti segreti” come il carteggio personale tra Churchill e Mussolini.
Sul Lario Hidaka divenne noto per la sua grande ammirazione per le opere del fondatore del futurismo Filippo Tommaso Marinetti (Hidaka sarà mecenate per Marinetti) di cui divenne fraterno amico. Marinetti soggiornò a lungo a Bellagio con la famiglia, protetto e supportato economicamente da Hidaka, e vi morì il 2 dicembre del 1944.
Quanto ai tedeschi c’è da ricordare il cosiddetto “Accordo di Bellagio” stipulato nell’ottobre del ’44 tra la Repubblica di Salò e la Germania nazista. Questo accordo parificava i diritti e i doveri dei lavoratori italiani internati a quelli tedeschi e prevedeva l’eventuale rimpatrio di lavoratori e militari prigionieri. Gli italiani andavano così a rimpiazzare i tedeschi chiamati al fronte, sguarnendo ulteriormente una forza lavoro già decimata dalla chiamata alle armi e dalle lotte partigiane.

La gente comune, la solidarietà e le opere d’arte salvate dalla guerra
Toccanti le testimonianze della gente comune come quel ragazzino, Teofilo Taccagni, che ricorda il padre, maestro a Bellagio, disperato al vedere i suoi alunni impegnati in una guerra fratricida perché, dopo essersi seduti negli stessi banchi, si sono schierati in fazioni diverse (repubblicani e partigiani). Importanti poi i ricordi di solidarietà nei confronti di chi fuggiva la guerra, ebrei e disertori, spesso nascosti e rifocillati dalla popolazione locale a rischio di rappresaglie. Piccoli esempi che contrastano con il furore della guerra e che servono a non dimenticare.
Il 3 ottobre 1945 il nostro “Monument Man” Pacchioni così informava il vicequestore Cappuccio: «Nessun dipinto appartenente a questa Pinacoteca è stato sottratto dai nazifascisti»
Si riferiva ai dipinti della Pinacoteca di Brera, alle 41 casse del Museo della Scala e la “Crocifissione” del Guttuso o “L’estasi di Santa Cecilia” nascosti a Villa Giulia nonostante fosse stata requisita dal Comando Tedesco. È grazie a questi uomini che oggi possiamo ancora ammirare nel nostro Paese queste opere d’arte.
Villa Giulia a Bellagio: storia e requisizione durante la guerra
Villa Giulia è fra le più belle ville di Bellagio che con il suo immenso parco s’affaccia su entrambi i rami del bacino del Lario. Fu edificata dall’architetto Iacopo Masino per volere del Conte Pietro Venini, alla cui moglie Giulia fu dedicato l’edificio. Divenne quindi proprietà, per breve tempo, del re del Belgio Leopoldo I che abbellì soprattutto il parco.
Dalle darsene di Loppia si estende il “vialone” d’accesso alla villa di oltre 850 metri, con cento gradini in pietra che costituiscono la “scalotta”. Il parco della villa comprende il bosco che si estende fino a Visgnola e l’antico frutteto, oggi un uliveto, che la collega alla frazione di Pescallo e che comprende l’antica Villa Ciceri ed il suo parco.
Importanti modifiche paesaggistiche avevano compreso anche lo spianamento di alcune zone circostanti la villa e di fronte alla facciata furono costruiti viali ed aiuole a disegno simmetrico.
Durante la Seconda Guerra Mondiale la villa venne requisita dai Tedeschi e fu sede di un comando sotto la responsabilità di gerarca già luogotenente del Feldmaresciallo Rommel nella campagna D’Africa. Un viale di questa immensa proprietà, detto “il Vialone”, permetteva di avere piena visibilità ed accesso ad entrambi i rami del Lario; per questo motivo venne destinato a pista di atterraggio per gli aerei Storch (le Cicogne) tedeschi.

La nostra storia: immersioni sul Lago di Como e i ritrovamenti storici
Va fatta una premessa a quanto stiamo per raccontare. Siamo un gruppo di appassionati di storia militare della Seconda guerra mondiale e questo nostro amore per la storia e per la subacquea ci spinge ad avventurarci in queste, permetteteci il termine, imprese.
Sull’argomento abbiamo poche prove storiche e quanto accaduto a quel tempo l’abbiamo reperito dalla memoria degli anziani del luogo che hanno vissuto in prima persona quanto andiamo a raccontare.
Questa avventura ha inizio in una fredda giornata di aprile quando decidiamo, in occasione della visita di due colleghi toscani, di fare una gita nella ridente località di Bellagio. Nel nostro camminare per il borgo rimanemmo colpiti da una bellissima villa posta in posizione rialzata rispetto alla penisola su cui si adagia Bellagio; si trattava di Villa Giulia, imponente, di una bellezza disarmante. Il fascino antico del lusso ci colpì e non potemmo non notare il vialone in erba che collegava i due rami del Lario.
Durante il viaggio di ritorno parlammo della bella giornata e fummo così impressionati da quella Villa che decidemmo di fare qualche ricerca. Parlammo con gli anziani del luogo che ci diedero la loro versione degli avvenimenti che ebbero come protagonista Villa Giulia. Cercammo documenti che riportavano la cronaca dell’epoca finché riuscimmo a mettere insieme abbastanza informazioni sulla Villa e su quel tratto erboso così particolare che aveva attirato la nostra attenzione.
Risultò che il sopracitato stretto e lunghissimo giardino era usato durante il periodo bellico come pista di atterraggio per gli Storch (lo stesso tipo di aeromobile usato per il recupero di Mussolini imprigionato a Campo Imperatore sul Gran Sasso nel settembre 1943) e che la villa era stata requisita dai Tedeschi e usata come sede di un Comando della Wehrmacht.

I ritrovamenti subacquei: elmetti, Croci di Ferro e cimeli nazisti nel Lago di Como
Decidemmo quindi di ampliare la nostra ricerca alle acque circostanti Villa Giulia con particolare attenzione agli specchi d’acqua agli estremi della striscia erbosa. Nelle settimane successive iniziammo a fare numerose immersioni più per curiosità che per dare riscontro alle informazioni ricevute dagli anziani del paese.
Una domenica, durante un’immersione, intravedemmo sul fondo un pezzo di ferro dalla forma alquanto strana; a prima vista assomigliava molto ad un pezzo di pentola mezzo sepolto nel fondo melmoso del lago. L’ennesima traccia della poca educazione dei frequentatori dei nostri bellissimi specchi lacustri.
Mossi dalla solita curiosità lo estraemmo dal fango e, increduli, realizzammo che quel pezzo di ferro così strano era un elmetto tedesco probabilmente appartenente a qualche soldato di stanza a Villa Giulia durante l’occupazione.
Vi lascio immaginare l’eccitazione del momento. Sull’onda dell’entusiasmo per questo inaspettato ritrovamento decidemmo che nelle prossime settimane avremmo approfondito le ricerche sia documentali che in acqua.

La caparbietà premia: la Croce di Ferro emerge dal fondo
Le settimane passarono, furono fatte numerose immersioni, non più per curiosità ma mirate al ritrovamento di altri reperti storici, ma ahimé la sorte ci aveva girato le spalle. Demoralizzati e con poche speranze decidemmo di andare a fare qualche immersione anche dal lato opposto, ovvero sul ramo di Lecco.
Altre immersioni senza risultato. Il tempo passava ma la nostra voglia di altri ritrovamenti, nonostante la delusione, non passava. La caparbietà non sempre premia ma, durante l’ennesimo tuffo, un luccichio estraneo alla natura del lago attirò la nostra attenzione. Un pezzo di ferro incrostato dalla forma un po’ strana ci guardava dal fondo del lago.
Lì per lì non ci trasmise nessuna emozione ma, per abitudine, venne riposto nella tasca di uno di noi e riportato in superficie. Lì rimane per i giorni seguenti dimenticato da tutti. L’ennesima immersione si profilava all’orizzonte e, come sempre, si diede inizio ai soliti rituali: preparare l’attrezzatura, controllare le bombole e i relativi gas, ripiegare le mute per il trasporto. Proprio in quel momento quel pezzo dimenticato nella tasca giorni prima cadde a terra.
L’abitudine prese il sopravvento e iniziammo a ripulire quell’oggetto dalle incrostazioni lasciate dal trascorrere del tempo sul fondo del lago. Più le incrostazioni abbandonavano il metallo che le aveva ospitate per tanto tempo più quell’oggetto prendeva forma ai nostri occhi increduli.
Quel pezzo incrostato e informe si era finalmente rivelato per quello che realmente era: una decorazione militare tedesca.
Ritornammo subito sui libri per fare delle ricerche e risultò trattarsi di una Iron Cross — La Croce di Ferro. Questa decorazione militare veniva distribuita per eccezionali meriti di comando e/o di coraggio dimostrato in combattimento distribuita, come molte altre decorazioni, sui campi di battaglia. La Croce di Ferro di prima classe veniva messa generalmente sotto il collo della camicia così che risaltasse sull’uniforme. Poteva anche essere usata come croce di spilla oppure veniva fatta passare in un nastro e collocata nel secondo occhiello dell’uniforme.
Nuove scoperte: cimeli, piastrine e i segreti di Villa Giulia
Questa inaspettata e grande scoperta andava ad avvalorare le ricerche che avevamo fatto fino ad allora. Animati da nuovo entusiasmo continuammo con le immersioni nello specchio d’acqua prospicente Villa Giulia su entrambi i rami del Lario. Approfondimmo ulteriormente anche le ricerche bibliografiche nella speranza di trovare nuovi suggerimenti per i tuffi futuri.
Il tempo ci diede ragione. Vennero fatti altri ritrovamenti, tra cui un’altra Iron Cross, alcune decorazioni da tasca, pezzi di un fregio da cappello da ufficiale, una piastrina di riconoscimento di un soldato tedesco e un anello da pilota con incise all’interno le iniziali del pilota e la squadriglia. Questi cimeli furono ritrovati a fine pista dal lato parcheggio aeromobili, ove si trova Villa Giulia, mentre un coperchio di una scatola di munizioni tedesche fu ritrovato dalla parte opposta dove probabilmente era posizionata la contraerea.
Il lago ci riserva sempre grandi emozioni e noi, sognatori delle onde abituati a conversare con i pesci, non possiamo che godere di questi regali.

Il PSAI Explorer Team: chi sono i protagonisti di questa ricerca
Leonardo Canale: Responsabile di PSAI Italia
Marco “Schwarzy” Arrigoni: Istruttore PSAI Tecnico e Ricreativo, esperto di ricerche sul campo. Sue le sue spedizioni “Missione 45” e il ritrovamento del sommergibile italiano “Pietro Micca”.
Oscar Lodi Rizzini: Istruttore PSAI Tecnico e Ricreativo, specializzato in spedizioni subacquee. Veterano di numerose spedizioni, esperto di ricerche sul campo, esperto di fotografia e videografia subacquea.
Rinaldo “Shelly” Preatoni: Istruttore PSAI Tecnico e Ricreativo esperto di ricerche sul campo, esperto di fotografia e videografia subacquea.
Sara Cernuschi: Subacqueo Tecnico PSAI, esperta nella ricerca bibliografica, nel reperimento di informazioni e di traduttrice.




